Nel 1987 il Rapporto Brundtland ha introdotto per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, ossia uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni della società presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di appagare i propri. Tale idea intende rispondere all’insoddisfazione per un modello neoliberista globalizzato che non è riuscito a garantire giustizia e mobilità sociale; la sfida guarda a un nuovo patto partecipativo che rimetta al centro la persona e il suo rapporto con la natura, per una giustizia tanto sociale quanto cognitiva (Lazzari, 2019). È ormai da anni che istituzioni e autorità auspicano una nuova consapevolezza, che concili le esigenze del mercato capitalista con obiettivi sociali (Lazzari, 2011; Yunus, 2008). Ma lo sviluppo sostenibile è davvero la chiave per avanzare verso una teoria ecosistemica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner, 1979) che funga da argine alle derive del pensiero unico? Come rileva la tradizione francese (Sauvé, 2007), il concetto di sviluppo sostenibile o développement durable traduce una visione del mondo dove l’economia è concepita quale entità autonoma, al di là delle dinamiche sociali; secondo questa concezione, è l’economia a condizionare il rapporto tra ambiente e società, finendo per attribuire a quest’ultima una mera funzione di produzione e consumazione: un capitale, cioè, subordinato alla causa di un progresso “infinito”. Lo sviluppo sostenibile avvalora dunque quello stesso paradigma che vuole confutare, configurandosi finanche quale un ossimoro (Jickling, 1992), un’idea contradditoria: a ben vedere, i termini “sviluppo” e “sostenibile” fanno capo a due logiche opposte, quella della competitività, da una parte, e quella della cooperazione, dall’altra. La presente ricerca intende dunque vagliare la possibilità di adottare un nuovo concetto di sostenibilità, svincolato da quell’idea di progresso che nega solo da un punto di vista formale, ma non sostanziale, la subalternità e le ingiustizie, anche in ambito educativo e formativo. È quindi possibile immaginare una prospettiva ecosistemica incentrata su una sostenibilità pedagogica rigenerata (Zecca & Cotza, 2021), che guardi a una nuova cultura dell’apprendimento, più umana e umanizzante? Agire in funzione di una nuova prospettiva ecosistemica di giustizia sociale, in ambito educativo e formativo, significa rompere con un dispositivo-scuola imperniato sui dogmi della produttività (Baldacci, 2019), plasmando lo spazio di una consapevolezza che abbia nella lotta alle disuguaglianze il perno per una sostenibilità rinnovata. Significa creare le condizioni per un apprendimento generativo, riconsiderando le strutture e le finalità stesse del sistema. Emerge così l’esigenza di sondare tale possibilità a partire da quei luoghi che stanno ai margini – tanto reali quanto simbolici – del mainstream educativo, dove la sfida è proprio quella di accogliere e contrastare le disparità – soprattutto ora, dopo l’esperienza pandemica, che ci ha costretto a reinterrogare la “questione pedagogica” nell’ottica di una resilienza come cambiamento e non come un ritorno allo status quo (Margiotta, 2015). In questo quadro, il contesto delle scuole popolari e della seconda occasione si delinea quale luogo di senso privilegiato da esplorare (Brighenti & Bertazzoni, 2009), che racchiude in sé già in nuce elementi di forza trasformativa volti a una sostenibilità di nuovo corso. L’obiettivo di ricerca è dunque interrogare questo contesto, per aprire a una riflessione critica dai possibili risvolti radicali, che concorra a definire, dal punto di vista pedagogico, l’intercampo entro cui analizzare una trasformazione delle teorie della giustizia sociale in educazione, secondo un approccio sistemico e realmente sostenibile. In particolare, quale significato ha la scuola per chi vive quotidianamente disuguaglianze e povertà educative? Cosa significa educare e fare didattica in questi contesti? La ricerca ha coinvolto due contesti di ricerca: in primis una Scuola Popolare di Monza gestita dall’Associazione “Antonia Vita”, ispirata all’esperienza della Scuola di Barbiana, che dai primi anni ’90 si occupa di contrastare la dispersione scolastica di minori tra i 13 e i 16 anni d’età; in seconda battuta, una Scuola della Seconda Opportunità a Milano, nel quartiere Gratosoglio, diretta dalla Fondazione Sicomoro per l’Istruzione. Le attività di ricerca, avviate a ottobre 2020, si sono avvalse di una collaborazione scientifica triennale stipulata a giugno 2020 tra l’Università di Milano-Bicocca e l’Associazione monzese, per portare avanti un intrinsic case study (Yin, 2006) incentrato sulla Scuola Popolare stessa. Il disegno di ricerca, che ha coperto l’intero a.s. 2020/2021 e si protrarrà fino al termine di settembre 2021, prevede la realizzazione di interviste non direttive e semi-strutturate a una pluralità di soggetti e stakeholder, tra cui i 12 adolescenti che in questo a.s. sono stati accolti dalla Scuola Popolare per conseguire il diploma secondario di I grado. Il proposito è quello di garantire il diritto di parola ed espressione ai minori stessi secondo l’approccio Student Voice (Grion & Cook-Sather, 2013), promuovendo la partecipazione sostanziale degli studenti e aprendo all’analisi delle loro rappresentazioni, idee e desiderata in merito alla scuola. Avvalendosi dello strumento dell’intervista in profondità, la presente ricerca intende indagare concettualizzazioni e opinioni non solo degli studenti, ma anche di tutti coloro che lavorano in (e gravitano intorno a) queste due realtà: i direttori delle Scuole e il dirigente dell’IC che ospita la Scuola Sicomoro “I Care”; la coordinatrice, gli educatori, i conduttori di laboratorio e gli insegnanti volontari della Scuola Popolare; i dirigenti e i docenti degli IC che hanno segnalato alla Scuola Popolare la multiproblematicità di alcuni minori, dando loro la possibilità di frequentare la classe terza della Scuola Secondaria di I grado in un ambiente accogliente caratterizzato da una didattica laboratoriale, flessibile e più personalizzata. In totale, si prevede di realizzare circa 50 interviste (sia in presenza sia su piattaforme digitali, audio o video-registrate e trascritte verbatim previo consenso), seguendo due tracce validate dal gruppo di ricerca. Considerate le premesse teoriche e la natura qualitativa dello studio, la metodologia di ricerca prescelta è quella della Grounded Theory socio-costruttivista, declinata secondo i principi della critical inquiry (Charmaz, 2017). L’analisi dei dati, che si serve del software ATLAS.ti, è appena cominciata: in particolare, questa prima fase si sta concentrando sulle interviste relative agli studenti, alla coordinatrice della Scuola Popolare e ai direttori delle due Scuole di cui sopra, considerati i testimoni privilegiati più significativi per iniziare a interrogare il contesto e dare risposta alle domande di ricerca. La ricerca è in progress: la raccolta dati terminerà entro la fine di settembre 2021. Dalla primissima analisi delle interviste non stanno tardando a emergere voci dotate di una forza trasformativa intrinseca: l’attesa è quella di riuscire a portare alla luce esperienze, insights e rappresentazioni che concorrano alla costruzione di un intercampo orientato a una nuova prospettiva educativa, che modelli una teoria rigenerata di giustizia sociale. Per far questo, occorre prima di tutto mettere a fuoco quale idea di scuola, ma anche di apprendimento e insegnamento, abbiano sviluppato negli anni proprio quelle persone che vivono o cercano di fronteggiare nel quotidiano le distorsioni del sistema-scuola. Dalle loro voci si cercherà di risalire al fulcro di una trasformazione sostanziale dell’educativo, della pratica didattica e delle opportunità formative.

Cotza, V. (2021). Verso la trasformazione delle teorie della giustizia sociale in educazione. La voce delle scuole popolari e della seconda occasione. Intervento presentato a: XVI Summer School SIREF (DIGITAL). Nell’intercampo la co-appartenenza, co-evoluzione e formazione ecosistemica. Modelli di innovazione nella democrazia partecipativa reale e transizione ecologica, Online.

Verso la trasformazione delle teorie della giustizia sociale in educazione. La voce delle scuole popolari e della seconda occasione

Cotza, V
2021

Abstract

Nel 1987 il Rapporto Brundtland ha introdotto per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, ossia uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni della società presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di appagare i propri. Tale idea intende rispondere all’insoddisfazione per un modello neoliberista globalizzato che non è riuscito a garantire giustizia e mobilità sociale; la sfida guarda a un nuovo patto partecipativo che rimetta al centro la persona e il suo rapporto con la natura, per una giustizia tanto sociale quanto cognitiva (Lazzari, 2019). È ormai da anni che istituzioni e autorità auspicano una nuova consapevolezza, che concili le esigenze del mercato capitalista con obiettivi sociali (Lazzari, 2011; Yunus, 2008). Ma lo sviluppo sostenibile è davvero la chiave per avanzare verso una teoria ecosistemica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner, 1979) che funga da argine alle derive del pensiero unico? Come rileva la tradizione francese (Sauvé, 2007), il concetto di sviluppo sostenibile o développement durable traduce una visione del mondo dove l’economia è concepita quale entità autonoma, al di là delle dinamiche sociali; secondo questa concezione, è l’economia a condizionare il rapporto tra ambiente e società, finendo per attribuire a quest’ultima una mera funzione di produzione e consumazione: un capitale, cioè, subordinato alla causa di un progresso “infinito”. Lo sviluppo sostenibile avvalora dunque quello stesso paradigma che vuole confutare, configurandosi finanche quale un ossimoro (Jickling, 1992), un’idea contradditoria: a ben vedere, i termini “sviluppo” e “sostenibile” fanno capo a due logiche opposte, quella della competitività, da una parte, e quella della cooperazione, dall’altra. La presente ricerca intende dunque vagliare la possibilità di adottare un nuovo concetto di sostenibilità, svincolato da quell’idea di progresso che nega solo da un punto di vista formale, ma non sostanziale, la subalternità e le ingiustizie, anche in ambito educativo e formativo. È quindi possibile immaginare una prospettiva ecosistemica incentrata su una sostenibilità pedagogica rigenerata (Zecca & Cotza, 2021), che guardi a una nuova cultura dell’apprendimento, più umana e umanizzante? Agire in funzione di una nuova prospettiva ecosistemica di giustizia sociale, in ambito educativo e formativo, significa rompere con un dispositivo-scuola imperniato sui dogmi della produttività (Baldacci, 2019), plasmando lo spazio di una consapevolezza che abbia nella lotta alle disuguaglianze il perno per una sostenibilità rinnovata. Significa creare le condizioni per un apprendimento generativo, riconsiderando le strutture e le finalità stesse del sistema. Emerge così l’esigenza di sondare tale possibilità a partire da quei luoghi che stanno ai margini – tanto reali quanto simbolici – del mainstream educativo, dove la sfida è proprio quella di accogliere e contrastare le disparità – soprattutto ora, dopo l’esperienza pandemica, che ci ha costretto a reinterrogare la “questione pedagogica” nell’ottica di una resilienza come cambiamento e non come un ritorno allo status quo (Margiotta, 2015). In questo quadro, il contesto delle scuole popolari e della seconda occasione si delinea quale luogo di senso privilegiato da esplorare (Brighenti & Bertazzoni, 2009), che racchiude in sé già in nuce elementi di forza trasformativa volti a una sostenibilità di nuovo corso. L’obiettivo di ricerca è dunque interrogare questo contesto, per aprire a una riflessione critica dai possibili risvolti radicali, che concorra a definire, dal punto di vista pedagogico, l’intercampo entro cui analizzare una trasformazione delle teorie della giustizia sociale in educazione, secondo un approccio sistemico e realmente sostenibile. In particolare, quale significato ha la scuola per chi vive quotidianamente disuguaglianze e povertà educative? Cosa significa educare e fare didattica in questi contesti? La ricerca ha coinvolto due contesti di ricerca: in primis una Scuola Popolare di Monza gestita dall’Associazione “Antonia Vita”, ispirata all’esperienza della Scuola di Barbiana, che dai primi anni ’90 si occupa di contrastare la dispersione scolastica di minori tra i 13 e i 16 anni d’età; in seconda battuta, una Scuola della Seconda Opportunità a Milano, nel quartiere Gratosoglio, diretta dalla Fondazione Sicomoro per l’Istruzione. Le attività di ricerca, avviate a ottobre 2020, si sono avvalse di una collaborazione scientifica triennale stipulata a giugno 2020 tra l’Università di Milano-Bicocca e l’Associazione monzese, per portare avanti un intrinsic case study (Yin, 2006) incentrato sulla Scuola Popolare stessa. Il disegno di ricerca, che ha coperto l’intero a.s. 2020/2021 e si protrarrà fino al termine di settembre 2021, prevede la realizzazione di interviste non direttive e semi-strutturate a una pluralità di soggetti e stakeholder, tra cui i 12 adolescenti che in questo a.s. sono stati accolti dalla Scuola Popolare per conseguire il diploma secondario di I grado. Il proposito è quello di garantire il diritto di parola ed espressione ai minori stessi secondo l’approccio Student Voice (Grion & Cook-Sather, 2013), promuovendo la partecipazione sostanziale degli studenti e aprendo all’analisi delle loro rappresentazioni, idee e desiderata in merito alla scuola. Avvalendosi dello strumento dell’intervista in profondità, la presente ricerca intende indagare concettualizzazioni e opinioni non solo degli studenti, ma anche di tutti coloro che lavorano in (e gravitano intorno a) queste due realtà: i direttori delle Scuole e il dirigente dell’IC che ospita la Scuola Sicomoro “I Care”; la coordinatrice, gli educatori, i conduttori di laboratorio e gli insegnanti volontari della Scuola Popolare; i dirigenti e i docenti degli IC che hanno segnalato alla Scuola Popolare la multiproblematicità di alcuni minori, dando loro la possibilità di frequentare la classe terza della Scuola Secondaria di I grado in un ambiente accogliente caratterizzato da una didattica laboratoriale, flessibile e più personalizzata. In totale, si prevede di realizzare circa 50 interviste (sia in presenza sia su piattaforme digitali, audio o video-registrate e trascritte verbatim previo consenso), seguendo due tracce validate dal gruppo di ricerca. Considerate le premesse teoriche e la natura qualitativa dello studio, la metodologia di ricerca prescelta è quella della Grounded Theory socio-costruttivista, declinata secondo i principi della critical inquiry (Charmaz, 2017). L’analisi dei dati, che si serve del software ATLAS.ti, è appena cominciata: in particolare, questa prima fase si sta concentrando sulle interviste relative agli studenti, alla coordinatrice della Scuola Popolare e ai direttori delle due Scuole di cui sopra, considerati i testimoni privilegiati più significativi per iniziare a interrogare il contesto e dare risposta alle domande di ricerca. La ricerca è in progress: la raccolta dati terminerà entro la fine di settembre 2021. Dalla primissima analisi delle interviste non stanno tardando a emergere voci dotate di una forza trasformativa intrinseca: l’attesa è quella di riuscire a portare alla luce esperienze, insights e rappresentazioni che concorrano alla costruzione di un intercampo orientato a una nuova prospettiva educativa, che modelli una teoria rigenerata di giustizia sociale. Per far questo, occorre prima di tutto mettere a fuoco quale idea di scuola, ma anche di apprendimento e insegnamento, abbiano sviluppato negli anni proprio quelle persone che vivono o cercano di fronteggiare nel quotidiano le distorsioni del sistema-scuola. Dalle loro voci si cercherà di risalire al fulcro di una trasformazione sostanziale dell’educativo, della pratica didattica e delle opportunità formative.
No
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Scientifica
Giustizia sociale, Sostenibilità, Paradigma eco-sistemico, Scuole popolari e della seconda occasione, Intervista semi-strutturata
Italian
XVI Summer School SIREF (DIGITAL). Nell’intercampo la co-appartenenza, co-evoluzione e formazione ecosistemica. Modelli di innovazione nella democrazia partecipativa reale e transizione ecologica
http://www.siref.eu/node/86
Cotza, V. (2021). Verso la trasformazione delle teorie della giustizia sociale in educazione. La voce delle scuole popolari e della seconda occasione. Intervento presentato a: XVI Summer School SIREF (DIGITAL). Nell’intercampo la co-appartenenza, co-evoluzione e formazione ecosistemica. Modelli di innovazione nella democrazia partecipativa reale e transizione ecologica, Online.
Cotza, V
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