L’articolo metterà a fuoco alcune premesse riguardanti l’utilizzo degli approcci autobiografici in contesti formativi e, in particolare, in laboratori narrativi destinati a operatori di servizi educativi. Operatori che necessitano costantemente di riflettere sulle proprie pratiche, di mantenere in dialogo l’esperienza personale con le teorie e le premesse di fondo che orientano il proprio agire. Si interrogheranno alcune linee di fondo circa la valenza formativa delle storie di vita e si approfondiranno, in particolare, alcune scelte che si ritengono particolarmente interessanti per allestire un contesto che possa offrire ai partecipanti la possibilità di mettersi in una postura interrogante e di sperimentarsi nell'esplorazione di esperienze professionali. Si tratta di aprire in una pluralità di direzioni il processo di attribuzione di significato, variando punti di vista, coinvolgendo lo sguardo altrui e utilizzando la potenzialità dei linguaggi metaforici nel creare connessioni inusuali che vivificano l’esperienza, attraversandola da prospettive inedite. L’obiettivo di fondo è quello di promuovere un apprendimento che riesca a mettere a fuoco le cornici di riferimento, le premesse di fondo che strutturano l’esperienza che si sta interrogando, rendendole esse stesse oggetto di tematizzazione e di riflessione. Si tratta di un obiettivo non facile, perché i nostri assunti sul mondo si collocano a un livello che normalmente non è accessibile alla consapevolezza (e quindi alla riflessione) e strutturano lo sguardo, costruendo costantemente interpretazioni dell’esperienza che si auto-convalidano. La dimensione narrativa, e autobiografica in particolare, può tuttavia diventare un significativo campo di ricerca rispetto a questa dimensione. In particolare può essere particolarmente utile rintracciare, rappresentare e narrare quelle situazioni professionali che risultano per gli operatori particolarmente critiche, conflittuali e difficili. Gli “incidenti”, gli errori di coordinazione nella relazione con l’altro sono infatti spesso fonte di quei “dilemmi disorientanti” che Mezirow (2000; 2009) considera il principale mezzo per giungere a una re-visione delle proprie premesse e aspettative e, dunque, a un apprendimento trasformativo. La ricerca e la formazione biografica rimangono un luogo di dibattito, oltre che per lo statuto delle storie, anche rispetto a cosa significhi conoscere e rappresentare, come cioè trasformare la narrazione in una teoria o in una comprensione. L’articolo, nell’ultima parte, affronterà anche questo tema in relazione alle pratiche formative descritte

Galimberti, A. (2016). Narrarsi attraverso i dilemmi disorientanti. Laboratori di formazione auto/biografica per operatori di servizi educativi. METIS, Anno VI numero 1, 239-248.

Narrarsi attraverso i dilemmi disorientanti. Laboratori di formazione auto/biografica per operatori di servizi educativi

GALIMBERTI, ANDREA
Primo
2016

Abstract

L’articolo metterà a fuoco alcune premesse riguardanti l’utilizzo degli approcci autobiografici in contesti formativi e, in particolare, in laboratori narrativi destinati a operatori di servizi educativi. Operatori che necessitano costantemente di riflettere sulle proprie pratiche, di mantenere in dialogo l’esperienza personale con le teorie e le premesse di fondo che orientano il proprio agire. Si interrogheranno alcune linee di fondo circa la valenza formativa delle storie di vita e si approfondiranno, in particolare, alcune scelte che si ritengono particolarmente interessanti per allestire un contesto che possa offrire ai partecipanti la possibilità di mettersi in una postura interrogante e di sperimentarsi nell'esplorazione di esperienze professionali. Si tratta di aprire in una pluralità di direzioni il processo di attribuzione di significato, variando punti di vista, coinvolgendo lo sguardo altrui e utilizzando la potenzialità dei linguaggi metaforici nel creare connessioni inusuali che vivificano l’esperienza, attraversandola da prospettive inedite. L’obiettivo di fondo è quello di promuovere un apprendimento che riesca a mettere a fuoco le cornici di riferimento, le premesse di fondo che strutturano l’esperienza che si sta interrogando, rendendole esse stesse oggetto di tematizzazione e di riflessione. Si tratta di un obiettivo non facile, perché i nostri assunti sul mondo si collocano a un livello che normalmente non è accessibile alla consapevolezza (e quindi alla riflessione) e strutturano lo sguardo, costruendo costantemente interpretazioni dell’esperienza che si auto-convalidano. La dimensione narrativa, e autobiografica in particolare, può tuttavia diventare un significativo campo di ricerca rispetto a questa dimensione. In particolare può essere particolarmente utile rintracciare, rappresentare e narrare quelle situazioni professionali che risultano per gli operatori particolarmente critiche, conflittuali e difficili. Gli “incidenti”, gli errori di coordinazione nella relazione con l’altro sono infatti spesso fonte di quei “dilemmi disorientanti” che Mezirow (2000; 2009) considera il principale mezzo per giungere a una re-visione delle proprie premesse e aspettative e, dunque, a un apprendimento trasformativo. La ricerca e la formazione biografica rimangono un luogo di dibattito, oltre che per lo statuto delle storie, anche rispetto a cosa significhi conoscere e rappresentare, come cioè trasformare la narrazione in una teoria o in una comprensione. L’articolo, nell’ultima parte, affronterà anche questo tema in relazione alle pratiche formative descritte
Articolo in rivista - Articolo scientifico
metodi auto/biografici, formazione, laboratori narrativi, dilemmi disorientanti
Italian
239
248
10
Galimberti, A. (2016). Narrarsi attraverso i dilemmi disorientanti. Laboratori di formazione auto/biografica per operatori di servizi educativi. METIS, Anno VI numero 1, 239-248.
Galimberti, A
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