Quando questo secolo appena iniziato finirà, qualcuno potrà guardare all’epoca presente come a una grande vigilia. Il mondo che abbiamo conosciuto sta per cambiare, e con esso sta per cambiare il nostro stare nel mondo, starci come agenti sociali, come esseri umani. Nuove scienze e nuove tecnologie (Convergenza NBIC ovvero Nano, Bio, Info e neuroCog) e un nuovo assetto sociale (knowledge society) ci stanno spingendo velocemente verso nuovi lidi. L’errore peggiore che potremmo fare sarebbe quello di entrare nel nuovo mondo con i pensieri di quello passato, visto che siamo noi, proprio con la nostra capacità di pensare, a cambiare il mondo. È dunque urgente cambiare mente: la neuroetica ci aiuta esattamente in questo. Essa rappresenta, innanzi tutto, la conclusione della parabola del pensiero moderno, avviata dai <<dioscuri di metà Ottocento>> Karl Marx e Charles Darwin, per la doppia ricongiunzione da essi intrapresa dell’elemento ideale con quello sociale, l’uno, e dell’elemento umano con quello naturale, l’altro. Infatti, Darwin non scrisse solo l’Origine delle specie, ma anche l’Espressione delle emozioni, ove le ipotesi sollevate sono circoscrivibili nella continuità fra emozioni e fisiologia, intenzionalità e abitudine, istintività e civilizzazione: in definitiva, nella continuità fra la mente e le sue produzioni, ovvero i pensieri e la cultura, da un lato, e il corpo e le sue modificazioni, volontarie, involontarie e indotte, dall’altro. Ed è qui il collegamento più diretto con la neuroetica. Ma la neuroetica è anche il culmine della riflessività metodica, unitaria e demistificante che svela gli arcani di tutta un’era, sviluppata nel corso della storia della sociologia della conoscenza inaugurata dal giovane Marx. Lo è, in particolare, assai più della bioetica, della quale è tuttavia parente. È, infatti, proprio interrogandoci sull’etica delle neuroscienze che finiamo per imbatterci in quell’oggetto di studio che è costituito da noi stessi esattamente in quanto soggetti che producono ogni categoria del pensiero, comprese quelle etiche. E questo è quanto di simile avviene solo nella migliore sociologia riflessiva (à la Bourdieu, per intendersi). In questo senso, dunque, la neuroetica è anche un laboratorio avanzato della nostra contemporanea immaginazione sociologica, parafrasando Wright Mills, per comprendere quel che nel mondo e in noi stessi accade oggi e potrà accadere nel futuro del nostro vivere sociale, se solo cominceremo a pensarlo possibile.

Cerroni, A. (2009). Neuroetica e teoria sociale: oltre il soffitto di cristallo della nostra immaginazione. In A. Cerroni, F. Rufo (a cura di), Neuroetica. Tra neuroscienze, etica e società (pp. 97-121). Torino : Utet.

Neuroetica e teoria sociale: oltre il soffitto di cristallo della nostra immaginazione

CERRONI, ANDREA
2009

Abstract

Quando questo secolo appena iniziato finirà, qualcuno potrà guardare all’epoca presente come a una grande vigilia. Il mondo che abbiamo conosciuto sta per cambiare, e con esso sta per cambiare il nostro stare nel mondo, starci come agenti sociali, come esseri umani. Nuove scienze e nuove tecnologie (Convergenza NBIC ovvero Nano, Bio, Info e neuroCog) e un nuovo assetto sociale (knowledge society) ci stanno spingendo velocemente verso nuovi lidi. L’errore peggiore che potremmo fare sarebbe quello di entrare nel nuovo mondo con i pensieri di quello passato, visto che siamo noi, proprio con la nostra capacità di pensare, a cambiare il mondo. È dunque urgente cambiare mente: la neuroetica ci aiuta esattamente in questo. Essa rappresenta, innanzi tutto, la conclusione della parabola del pensiero moderno, avviata dai <> Karl Marx e Charles Darwin, per la doppia ricongiunzione da essi intrapresa dell’elemento ideale con quello sociale, l’uno, e dell’elemento umano con quello naturale, l’altro. Infatti, Darwin non scrisse solo l’Origine delle specie, ma anche l’Espressione delle emozioni, ove le ipotesi sollevate sono circoscrivibili nella continuità fra emozioni e fisiologia, intenzionalità e abitudine, istintività e civilizzazione: in definitiva, nella continuità fra la mente e le sue produzioni, ovvero i pensieri e la cultura, da un lato, e il corpo e le sue modificazioni, volontarie, involontarie e indotte, dall’altro. Ed è qui il collegamento più diretto con la neuroetica. Ma la neuroetica è anche il culmine della riflessività metodica, unitaria e demistificante che svela gli arcani di tutta un’era, sviluppata nel corso della storia della sociologia della conoscenza inaugurata dal giovane Marx. Lo è, in particolare, assai più della bioetica, della quale è tuttavia parente. È, infatti, proprio interrogandoci sull’etica delle neuroscienze che finiamo per imbatterci in quell’oggetto di studio che è costituito da noi stessi esattamente in quanto soggetti che producono ogni categoria del pensiero, comprese quelle etiche. E questo è quanto di simile avviene solo nella migliore sociologia riflessiva (à la Bourdieu, per intendersi). In questo senso, dunque, la neuroetica è anche un laboratorio avanzato della nostra contemporanea immaginazione sociologica, parafrasando Wright Mills, per comprendere quel che nel mondo e in noi stessi accade oggi e potrà accadere nel futuro del nostro vivere sociale, se solo cominceremo a pensarlo possibile.
Capitolo o saggio
neuroetica, teoria sociale, immaginazione sociologica
Italian
Neuroetica. Tra neuroscienze, etica e società
978-88-6008-259-6
Cerroni, A. (2009). Neuroetica e teoria sociale: oltre il soffitto di cristallo della nostra immaginazione. In A. Cerroni, F. Rufo (a cura di), Neuroetica. Tra neuroscienze, etica e società (pp. 97-121). Torino : Utet.
Cerroni, A
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