esplora una genealogia di pratiche filosofiche, poetiche e pedagogiche che assumono il rapporto con il vivente non come tema, ma come metodo di conoscenza. Attraverso figure quali Emily Dickinson, Herman Hesse, Pia Pera, Maria Zambrano, Rilke, Leopardi, Proust, Maria Lai, Antonia Pozzi, Cristina Campo, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo e Adriana Zarri, la natura emerge come dispositivo epistemologico capace di educare lo sguardo, il pensiero e la scrittura a una postura di attenzione, misura e ascolto. Il giardino, l’orto, il bosco e il paesaggio diventano luoghi di una filosofia incarnata, in cui la cura si configura come esercizio conoscitivo e forma di responsabilità etica e relazionale. Lontano da ogni sentimentalismo ecologico, il testo indaga una “pratica dell’attenzione” fondata sul minimo, sul ritmo lento, sulla prossimità e sulla vulnerabilità condivisa tra umano e non umano. Scrivere, come coltivare, è qui inteso come gesto di custodia e di trasformazione dello spazio, capace di rendere il mondo nuovamente pensabile e abitabile. Ne deriva una cartografia dell’attenzione che restituisce alla cura del vivente una valenza filosofica, educativa e civile
Mancino, E. (In corso di stampa). In attesa di parole viventi 1. 2026, In attesa di parole viventi. La conoscenza è un giardino, in AA.VV. , Sciame, ed. Corponove;. In C. Zanfi (a cura di), Sciame. Corponove.
In attesa di parole viventi 1. 2026, In attesa di parole viventi. La conoscenza è un giardino, in AA.VV. , Sciame, ed. Corponove;
Mancino, Emanuela
In corso di stampa
Abstract
esplora una genealogia di pratiche filosofiche, poetiche e pedagogiche che assumono il rapporto con il vivente non come tema, ma come metodo di conoscenza. Attraverso figure quali Emily Dickinson, Herman Hesse, Pia Pera, Maria Zambrano, Rilke, Leopardi, Proust, Maria Lai, Antonia Pozzi, Cristina Campo, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo e Adriana Zarri, la natura emerge come dispositivo epistemologico capace di educare lo sguardo, il pensiero e la scrittura a una postura di attenzione, misura e ascolto. Il giardino, l’orto, il bosco e il paesaggio diventano luoghi di una filosofia incarnata, in cui la cura si configura come esercizio conoscitivo e forma di responsabilità etica e relazionale. Lontano da ogni sentimentalismo ecologico, il testo indaga una “pratica dell’attenzione” fondata sul minimo, sul ritmo lento, sulla prossimità e sulla vulnerabilità condivisa tra umano e non umano. Scrivere, come coltivare, è qui inteso come gesto di custodia e di trasformazione dello spazio, capace di rendere il mondo nuovamente pensabile e abitabile. Ne deriva una cartografia dell’attenzione che restituisce alla cura del vivente una valenza filosofica, educativa e civileI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


