Il saggio ricostruisce il comportamento dei penalisti accademici italiani durante il fascismo, distinguendo tra chi sostenne ideologicamente il regime e chi cercò, con gradi diversi di coraggio e cautela, di resistergli. Attraverso una micro-storia delle biografie — Maggiore, Grispigni, Petrocelli tra i "penalisti organici"; Delitala, Vassalli, Levi, Paoli, Rossi tra coloro che mantennero distanze critiche — il saggio mostra come l'adesione al fascismo fosse strutturalmente incentivata da un "patto di cittadinanza" che legava fedeltà al regime e avanzamento accademico. Particolare attenzione è dedicata al coinvolgimento di alcuni penalisti nel discorso razziale e alla legislazione antiebraica, rispetto alla quale anche gli studiosi lontani dall'ideologia fascista si astennero da critiche esplicite. La conclusione è che la condizione spirituale della comunità dei penalisti fu complessivamente desolante: dopo la caduta del regime, la maggior parte scelse l'emenda silenziosa delle proprie opere e una rimozione selettiva della memoria, mentre solo pochi — Vassalli in primo luogo — seppero fare i conti autenticamente con la propria responsabilità morale e intellettuale.
Dodaro, G. (2026). Il ruolo del penalista nel passaggio dal fascismo alla democrazia. In D. Castronuovo, D. Negri (a cura di), Giustizia e società contemporanea. Sulle orme di Giacomo Matteotti penalista (pp. 25-38). Napoli : Jovene editore.
Il ruolo del penalista nel passaggio dal fascismo alla democrazia
Dodaro, G
2026
Abstract
Il saggio ricostruisce il comportamento dei penalisti accademici italiani durante il fascismo, distinguendo tra chi sostenne ideologicamente il regime e chi cercò, con gradi diversi di coraggio e cautela, di resistergli. Attraverso una micro-storia delle biografie — Maggiore, Grispigni, Petrocelli tra i "penalisti organici"; Delitala, Vassalli, Levi, Paoli, Rossi tra coloro che mantennero distanze critiche — il saggio mostra come l'adesione al fascismo fosse strutturalmente incentivata da un "patto di cittadinanza" che legava fedeltà al regime e avanzamento accademico. Particolare attenzione è dedicata al coinvolgimento di alcuni penalisti nel discorso razziale e alla legislazione antiebraica, rispetto alla quale anche gli studiosi lontani dall'ideologia fascista si astennero da critiche esplicite. La conclusione è che la condizione spirituale della comunità dei penalisti fu complessivamente desolante: dopo la caduta del regime, la maggior parte scelse l'emenda silenziosa delle proprie opere e una rimozione selettiva della memoria, mentre solo pochi — Vassalli in primo luogo — seppero fare i conti autenticamente con la propria responsabilità morale e intellettuale.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


