Il presente intervento si propone come presentazione delle prime fasi di una ricerca etnografica di dottorato in antropologia socioculturale condotta nelle Alpi centro-orientali e specificamente a cavallo tra Altopiano di Piné e Valle di Cembra nella Provincia Autonoma di Trento. La ricerca, svolta tramite metodologie prevalentemente qualitative come interviste e osservazione partecipante, riguarda le modalità di emplacement e displacement di popolazione legata all’industria estrattiva locale e nello specifico agli effetti prodotti dalla crisi del settore. La fase ancora iniziale della ricerca e le difficoltà comportate dagli impedimenti al movimento causati dalla pandemia del 2020/21 portano le riflessioni presentate ad essere ancora in fieri. E’ stato oramai dimostrato come le migrazioni alpine solo piuttosto raramente corrispondessero in passato alle logiche riassunte da Fernand Braudel nella celebre definizione della montagna mediterranea come “fabbrica d’uomini”. E’ però vero che il lungo percorso di grande trasformazione che ha scardinato i modi di vita di ancien régime ha di fatto spesso ribaltato il vantaggio relativo delle popolazioni alpine rispetto a quelle di pianura e urbane. Il profondo processo di spopolamento di molte aree montane nel corso del 900 che ha seguito il più generale abbandono delle aree rurali tanto italiane quanto del resto del mondo in fase di industrializzazione, non ha tuttavia impedito lo sviluppo di rilevanti controtendenze. La provincia di Trento si è caratterizzata per una notevole frequenza di tali controtendenze, anche grazie a politiche infrastrutturali e industriali orientate all’industrializzazione e allo sviluppo delle alte valli. Un processo forse obbligato in un’area amministrativa tecnicamente priva di aree di pianura o collinari, diversamente dai territori alpini confinanti, spesso centrati attorno ad aree urbane e produttive di pianura legate alla megalopoli padana. Ad uno svuotamento demografico torrenziale delle Alpi Occidentali, in Trentino si è assistito in generale ad un certo mantenimento di popolazione nelle sue alte valli. L’area dell’industria estrattiva del porfido a cavallo tra Valle di Cembra e Valsugana nel Trentino centro-orientale, rappresenta uno di questi casi di industria montana. Questa attività economica ha permesso da una parte di trattenere popolazione locale, dall’altra di portare tale area tra quelle maggiormente interessate da immigrazione dell’arco alpino italiano, se non dell’intero territorio nazionale. Le voragini oggi visibili nelle montagne porfiriche sono frutto di un secolo di estrazione di materia dalla montagna, tramutata in un valore che si è distribuito in modo fortemente stratificato tra la popolazione che abita i comuni minerari. Questo tipo di sfruttamento del territorio è stato effettivamente un’opportunità di sviluppo, ma oggi continua ad esserlo solo per coloro che sono riusciti a scalare il dislivello di classe e accedere ad una materia prima formalmente sottoposta a regole di uso civico, ma di fatto appropriata da un piccolo gruppo di imprenditori. A diverse congiunture sono corrisposte diverse modalità di interazione della popolazione con questa industria. Ad una prima fase di sfruttamento profondo di abitanti delle aree limitrofe alle cave dediti ad agricoltura povera e di sussistenza, segue un miglioramento esponenziale delle condizioni salariali e l’attrazione di lavoratori meridionali nel terzo quarto del 900 ed una di migranti internazionali nel quarto, prevalentemente da Nord Africa e Repubblica di Macedonia. La profonda crisi economica del settore che ha di poco preceduto quella globale iniziata nel 2008 e con cui si è disastrosamente combinata, ha causato infine un collasso produttivo che ha espulso due terzi della forza lavoro dal settore e una nuova fase di abbandono dell’area. La carenza di modalità alternative di generare fonti di sussistenza porta soprattutto (ma non solamente) coloro che non hanno proprietà e mezzi per ammortizzare l’impatto della disoccupazione a riemigrare. Dal 2014 si assiste in Trentino all’apparizione ritardata nelle statistiche di un nuovo calo demografico nelle valli meno dotate di risorse spendibili nel processo di up-scaling. Valli distanti e a scarso interesse turistico come la Val di Cembra, in cui sono ubicati parte dei comuni del porfido, mostrano un costante, anche se lieve declino, mentre si assiste ad un aumento demografico continuo nelle basse valli urbanizzate come quella di Trento e Rovereto e della Bassa Valsugana, e le località a vocazione turistica. Le narrazioni finora raccolte nell’area del porfido evidenziano l’inerzia di un periodo in cui tutto sembra fermo, adagiato su un benessere relativo accumulato dal passato, ma che non offre alcuna prospettiva alle nuove generazioni, le quali, se ne hanno le possibilità, emigrano o si chiudono in casa in una spirale di inoccupazione. Riemergono così stratificazioni sociali prima parzialmente nascoste, che riflettono le fratture delle montagne erose dalle cave in cui molti di coloro che partono lavoravano.

Tollardo, A. (In corso di stampa). Partenze e ritorni. Dinamiche di popolazione in un’area industriale montana in crisi. Intervento presentato a: Standards of Living and Inequalities: An Historical-Demographic Perspective, Milano.

Partenze e ritorni. Dinamiche di popolazione in un’area industriale montana in crisi

Tollardo, A
In corso di stampa

Abstract

Il presente intervento si propone come presentazione delle prime fasi di una ricerca etnografica di dottorato in antropologia socioculturale condotta nelle Alpi centro-orientali e specificamente a cavallo tra Altopiano di Piné e Valle di Cembra nella Provincia Autonoma di Trento. La ricerca, svolta tramite metodologie prevalentemente qualitative come interviste e osservazione partecipante, riguarda le modalità di emplacement e displacement di popolazione legata all’industria estrattiva locale e nello specifico agli effetti prodotti dalla crisi del settore. La fase ancora iniziale della ricerca e le difficoltà comportate dagli impedimenti al movimento causati dalla pandemia del 2020/21 portano le riflessioni presentate ad essere ancora in fieri. E’ stato oramai dimostrato come le migrazioni alpine solo piuttosto raramente corrispondessero in passato alle logiche riassunte da Fernand Braudel nella celebre definizione della montagna mediterranea come “fabbrica d’uomini”. E’ però vero che il lungo percorso di grande trasformazione che ha scardinato i modi di vita di ancien régime ha di fatto spesso ribaltato il vantaggio relativo delle popolazioni alpine rispetto a quelle di pianura e urbane. Il profondo processo di spopolamento di molte aree montane nel corso del 900 che ha seguito il più generale abbandono delle aree rurali tanto italiane quanto del resto del mondo in fase di industrializzazione, non ha tuttavia impedito lo sviluppo di rilevanti controtendenze. La provincia di Trento si è caratterizzata per una notevole frequenza di tali controtendenze, anche grazie a politiche infrastrutturali e industriali orientate all’industrializzazione e allo sviluppo delle alte valli. Un processo forse obbligato in un’area amministrativa tecnicamente priva di aree di pianura o collinari, diversamente dai territori alpini confinanti, spesso centrati attorno ad aree urbane e produttive di pianura legate alla megalopoli padana. Ad uno svuotamento demografico torrenziale delle Alpi Occidentali, in Trentino si è assistito in generale ad un certo mantenimento di popolazione nelle sue alte valli. L’area dell’industria estrattiva del porfido a cavallo tra Valle di Cembra e Valsugana nel Trentino centro-orientale, rappresenta uno di questi casi di industria montana. Questa attività economica ha permesso da una parte di trattenere popolazione locale, dall’altra di portare tale area tra quelle maggiormente interessate da immigrazione dell’arco alpino italiano, se non dell’intero territorio nazionale. Le voragini oggi visibili nelle montagne porfiriche sono frutto di un secolo di estrazione di materia dalla montagna, tramutata in un valore che si è distribuito in modo fortemente stratificato tra la popolazione che abita i comuni minerari. Questo tipo di sfruttamento del territorio è stato effettivamente un’opportunità di sviluppo, ma oggi continua ad esserlo solo per coloro che sono riusciti a scalare il dislivello di classe e accedere ad una materia prima formalmente sottoposta a regole di uso civico, ma di fatto appropriata da un piccolo gruppo di imprenditori. A diverse congiunture sono corrisposte diverse modalità di interazione della popolazione con questa industria. Ad una prima fase di sfruttamento profondo di abitanti delle aree limitrofe alle cave dediti ad agricoltura povera e di sussistenza, segue un miglioramento esponenziale delle condizioni salariali e l’attrazione di lavoratori meridionali nel terzo quarto del 900 ed una di migranti internazionali nel quarto, prevalentemente da Nord Africa e Repubblica di Macedonia. La profonda crisi economica del settore che ha di poco preceduto quella globale iniziata nel 2008 e con cui si è disastrosamente combinata, ha causato infine un collasso produttivo che ha espulso due terzi della forza lavoro dal settore e una nuova fase di abbandono dell’area. La carenza di modalità alternative di generare fonti di sussistenza porta soprattutto (ma non solamente) coloro che non hanno proprietà e mezzi per ammortizzare l’impatto della disoccupazione a riemigrare. Dal 2014 si assiste in Trentino all’apparizione ritardata nelle statistiche di un nuovo calo demografico nelle valli meno dotate di risorse spendibili nel processo di up-scaling. Valli distanti e a scarso interesse turistico come la Val di Cembra, in cui sono ubicati parte dei comuni del porfido, mostrano un costante, anche se lieve declino, mentre si assiste ad un aumento demografico continuo nelle basse valli urbanizzate come quella di Trento e Rovereto e della Bassa Valsugana, e le località a vocazione turistica. Le narrazioni finora raccolte nell’area del porfido evidenziano l’inerzia di un periodo in cui tutto sembra fermo, adagiato su un benessere relativo accumulato dal passato, ma che non offre alcuna prospettiva alle nuove generazioni, le quali, se ne hanno le possibilità, emigrano o si chiudono in casa in una spirale di inoccupazione. Riemergono così stratificazioni sociali prima parzialmente nascoste, che riflettono le fratture delle montagne erose dalle cave in cui molti di coloro che partono lavoravano.
paper
dinamiche demografiche; emigrazione; immigrazione; miniera; Alpi
Italian
Standards of Living and Inequalities: An Historical-Demographic Perspective
2021
In corso di stampa
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Tollardo, A. (In corso di stampa). Partenze e ritorni. Dinamiche di popolazione in un’area industriale montana in crisi. Intervento presentato a: Standards of Living and Inequalities: An Historical-Demographic Perspective, Milano.
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