Con tale lavoro si intende descrivere l’evoluzione del capitalismo familiare e la sua persistenza, indagando i condizionamenti economici, i mutamenti culturali, le trasformazioni storiche nazionali che hanno influenzato le strutture produttive, con uno sguardo all’economia europea, mediante alcuni casi di aziende familiari ultracentenarie di successo. Il 23 marzo 1861 Cavour costituì il nuovo governo, tra sentimenti contrastanti, esultanza ed euforia, unitamente a preoccupazione e incertezza per le differenze culturali, per l’intensa frammentazione territoriale, per la stagnazione delle attività produttive e per le pressioni politiche [Meriggi, 1989; Romeo, 1987; Cafagna, 1989]. I problemi economici erano sostanzialmente quelli di un Paese povero e debole e segnato dalla diseguaglianza tra il Nord e il Sud. Il prodotto nazionale lordo pro capite italiano era nel 1860 sensibilmente più basso (97) rispetto ai paesi di prima industrializzazione come il Regno Unito che registrava un PIL di 180 e il Belgio di 158. Al primo censimento l’Italia risultò un paese prevalentemente agricolo: 8.292.248 persone erano occupate nell’industria agricola 58.551 nell’industria mineraria. L’industria manifattrice veniva esercitata da 3.225.057 individui e il commercio da 698.754, ecc. [Maestri, 1868; Galeotti 1866]. Si trattava di economia di sussistenza, con un bassissimo utilizzo di capitale, tant’è che l’alimentazione della grande maggioranza della popolazione era carente di proteine, grassi e zuccheri. Nessuna città, tranne Milano, Firenze, Genova, Torino, e Napoli conosceva l’ambiente borghese e operaio tipico dell’Europa occidentale, né un paesaggio urbano che preannunciasse l’epoca industriale. Tali condizioni dell’Italia appena unita non avevano impedito, nella prima metà del secolo XIX, la specializzazione di alcune produzioni oggetto di buona esportazione (agrumi, vino, olio, formaggi, mandorle), in specifiche parti del Paese. Inoltre le aziende risicole piemontesi potevano considerarsi come vere e proprie aziende agrarie capitalistiche, con largo impiego di bestiame, attrezzi e manodopera salariata.[Romeo, 1959]. Le condizioni del comparto manifatturiero erano assai arretrate, poiché la tradizione dell’artigianato italiano possedeva un elemento di conservatorismo tecnologico che ne faceva un ostacolo all’avvento delle innovazioni richieste dallo sviluppo industriale [Pescosolido 1994]. Prevaleva, infatti, un modello di produzione basato sulla cosiddetta “protoindustria”, un’attività svolta a domicilio, nelle campagne, da una manodopera contadina organizzata da mercanti imprenditori che fornivano alle forza lavoro le materie prime, per poi ritirare il prodotto finito da collocare sul mercato. Tra le diverse produzioni italiane si ricorda l’importanza dell’industria della seta, con una produzione che era circa il doppio di quella francese, diffusa in Piemonte, in Lombardia, e nel Veneto, e che presentava forme evolute di organizzazione e di sistemi produttivi nella fase della torcitura. Mentre l’industria del cotone presentava già le caratteristiche della moderna fabbrica con centinaia di operai, nelle province di Milano e di Varese e nel Novarese, Verbanese. Ne sono un esempio l’azienda Crespi, la Piacenza, la Boselli, ecc. In sintesi, era innegabile il contributo della protoindustria per gli scambi commerciali con l’estero, per lo sviluppo di una più moderna rete commerciale e finanziaria e per l’accumulazione di capitali. Ogni forma di investimento era vissuta ancora con una forte riluttanza a causa degli alti rischi, fino a quando una manovra finanziaria di Bastogi nel 1861 attirò una gran parte di denaro liquido, e capitali stranieri. Si era previsto un prestito di 500 milioni di lire, ricorrendo al mercato di Londra e di Parigi, con un interesse sicuro del 7%. Durante il processo di industrializzazione, le dinastie imprenditoriali hanno rappresentato uno dei caratteri dominanti su cui si è basato l’evoluzione del mondo degli affari italiano [Pavan 1973, Banfield 1958]. La seconda rivoluzione industriale rendeva evidente la dicotomia tra settori capital intensive e settori leggeri e più tradizionali. In questi ultimi, la dimensione ottimale dell’impresa continuava a riflettere l’organizzazione tipica di un’azienda di famiglia, con organizzazioni a scarso livello di burocratizzazione, con limitate risorse manageriali che la famiglia poteva fornire. Il tasso di diffusione delle imprese familiari si manteneva relativamente elevato in settori quale il tessile, la meccanica specializzata, la costruzione di macchine utensili, nel settore calzaturiero e in alcuni comparti dell’industria alimentare. In casi come l’edilizia, un settore in cui il processo produttivo era caratterizzato da forte discontinuità, variabilità e flessibilità, le strutture burocratiche venivano sostituite da altre forme organizzative tra cui il subcontracting, le reti e le partnership tra imprese familiari. La morfologia del sistema finanziario esercitava un’influenza rilevante sul tasso di espansione e sulla persistenza del modello dell’impresa familiare, poiché fortemente condizionato da fattori quali la reputazione individuale e soprattutto familiare. Infatti, l’intervento della banca locale, per sostenere l’attività produttiva, avveniva sulla base di attenta valutazione dell’idea imprenditoriale, ma soprattutto del potenziale produttivo del richiedente e della sua famiglia, nonché delle garanzie fornite dall’intera famiglia. E’ naturale che tale sistema favoriva la diffusione del modello familiare che riduceva i costi di monitoraggio e controllo e i costi di transazione. Le imprese familiari crescevano puntando sul reinvestimento dei profitti, provvedendo alle necessità correnti tramite l’indebitamento a breve termine. La capacità di autofinanziamento beneficiava dell’elevato grado di protezione del mercato interno, combinato all’intenso ritmo espansivo della domanda, in particolare durante il ventennio precedente la prima guerra mondiale e quello seguente la seconda [Colli, 2006]. Tali favorevoli condizioni contribuivano ad attenuare l’influenza esterna sulla governance delle grandi imprese. Le famiglie proprietarie continuavano a mantenere il controllo delle posizioni manageriali di vertice con l’ausilio delle banche, le quali intervenivano al manifestarsi di situazioni di crisi. Gli assetti di comando delle grandi imprese italiane nella fase di avvio del processo di industrializzazione prevedevano una solida presenza delle famiglie fondatrici affiancate da un forte portatore di interessi, la banca mista, mediante lo strumento dei fiduciari, funzionari esperti cui era delegato il controllo di fatto su strategie e comportamenti, anche contabili. Non solo il sistema finanziario sosteneva la formazione del capitalismo familiare, ma anche il quadro istituzionale influenzava il grado di persistenza, con una legislazione che favoriva i diritti di successione e i meccanismi di trasmissione ereditaria. Ne sono un esempio la disciplina sulle società per azioni che consentì alle imprese di risolvere il problema della trasmissione ereditaria senza intaccare l’unitarietà dell’azienda, in alternativa al principio di eguaglianza tra gli eredi e alla frazionabilità dell’asse ereditario introdotte dal Codice napoleonico. Inoltre il sistema italiano era caratterizzato da un basso grado di protezione degli azionisti di minoranza, per i quali si presupponeva sufficiente la garanzia fornita dal commitment dei blockholders, ossia le famiglie proprietarie. Un’ulteriore spiegazione sulla persistenza dell’azienda familiare riguarda la specializzazione manifatturiera e la combinazione tra le ristrette dimensioni del mercato interno e il suo limitato dinamismo che si tradusse in una dimensione media dell’impresa, con strutture organizzative semplici e facilmente controllabili da ristretti gruppi di vertici, coincidenti con le famiglie proprietarie. Ciò dimostrava che in Italia era ancora lontano il passaggio dal capitalismo proprietario al capitalismo manageriale, come avvenne nei Paesi anglosassoni, in cui le condizioni istituzionali e i mercati di capitale lo permisero. In Italia il percorso d’industrializzazione fu caratterizzato da atteggiamenti di protezionismo legando le imprese alle stabili dimensioni del mercato nazionale, limitandone le capacità di competere sui mercati esterni. Infine i caratteri strutturali della specializzazione manifatturiera contribuirono a spiegare la persistenza di assetti di vertice a matrice familiare, per le dimensioni ridotte che non richiesero il ricorso massiccio a fonti esterne, con la possibilità di mettere in discussione la centralizzazione del controllo dell’impresa [Colli, 2001]. Dopo tale analisi non può mancare l’elemento culturale. Le caratteristiche del capitalismo industriale italiano affonda le proprie radici in un passato agricolo che ha influenzato i comportamenti e le attitudini. Ne sono un esempio la prudenza e la scarsa propensione al rischio, oltre che il fondamentale coinvolgimento della famiglia nell’impresa. Vi sono poi studi che individuano le caratteristiche distintive della borghesia industriale, raffigurati dal diffuso paternalismo nei confronti dei dipendenti, straordinaria capacità di lavoro, un’etica incontestabile, e un’attenzione verso il singolo, e verso le sue personali necessità, riproducendo le relazioni familiari [Baglioni, 1974]. Successivamente, le scuole di management e sulla professione di dirigente in Italia confermano la difficoltosa diffusione della delega delle responsabilità a professionisti stipendiati. Infatti, l’assenza di una vera e propria delega manageriale pareva connessa con il pervasivo familismo che caratterizzava e caratterizza la business culture nazionale. Tanto da influenzare gli studi di economia aziendale, che originano da una prospettiva rivolta a riconoscere nella famiglia l’unità di produzione e di consumo per eccellenza, costituendo il primo esempio di azienda [Masini, 1970]. A partire dai primi anni Ottanta, all’interno dell’imprenditorialità minore dei distretti industriali sono risultati fenomeni di ristrutturazione, gerarchizzazione e integrazione. Mentre imprese dimensionalmente più importanti rispetto alla media del periodo hanno iniziato ad emergere, seppur ancora legate all’ambito locale per il reperimento di lavoro specializzato e capacità progettuali, e tuttavia capaci di muoversi nello scenario internazionale adeguando la propria struttura organizzativa. Le cause di tale fenomeno si possono individuare nel processo di globalizzazione degli anni Novanta che ha rafforzato il processo di internazionalizzazione delle imprese; la crescita dimensionale dell’impresa che sorge dall’ampliamento dell’attività. Derivando un capitalismo italiano caratterizzato da grandi e piccolissime imprese. Con imprese che si sono posizionale ai primi posti nel ranking nazionale, lasciati vacanti dalla disgregazione della grande impresa pubblica e dei grandi gruppi privati che avevano dominato la scena del capitalismo italiano del novecento. Il concetto di impresa familiare ha oggi perso in parte quella connotazione negativa che l’associava all’idea di arretratezza e di scarso dinamismo in termini tecnologici e organizzativi. Infatti, negli ultimi trenta anni, gli studi sul family business hanno evidenziato l’innegabile rilevanza del capitalismo familiare nella storia imprenditoriale italiana, e del suo contributo allo sviluppo dell’economia del Paese, grazie alla sua flessibilità all’adattarsi rapidamente ai mutamenti del contesto competitivo, strettamente legato a sistemi produttivi e a comunità imprenditoriali locali e al contempo proiettato verso una dimensione internazionale. Ne sono un esempio le aziende ultracentenarie di famiglia: Piacenza, Boselli e Crespi, che rappresentano il successo della continuità generazionale, che hanno visto l’Italia unirsi ed evolvere, e che hanno contribuito allo sviluppo economico e occupazionale del paese. La Piacenza ad esempio risale ai primi del 1700, produttrice di manifattura tessile; già nel 1783 l'azienda si avvaleva della collaborazione di un centinaio di persone; proprio in quell' anno subì gravi conseguenze dalla carestia riuscendo, però, a riprendersi grazie alla decisione strategica di spostare gli interessi economici su Torino, dove costruirono una società di commercio di stoffe insieme a Giuseppe Ferrerò di Moncalieri. Il totale blocco economico che si ebbe nel periodo napoleonico colpì in maniera solo marginale la Piacenza. La lungimiranza di Giovanni Battista e Carlo Antonio Piacenza portò alla scelta di innovazioni tecnologiche straniere, soprattutto belghe, definendo accordi con altri produttori; scelte, queste, particolarmente adeguate alle esigenze del mercato. Mentre l'azienda assisteva al suo rilancio, altri membri della famiglia assumevano importanti incarichi pubblici, come Giovanni Battista che divenne presidente della Corte di Appello di Torino e partecipò alla stesura dello Statuto Albertino; Giuseppe Battista che divenne primo architetto civile del Re e membro dell'Accademia di Torino. Proprio questo intrecciarsi della vita pubblica con la vita industriale portò la famiglia Piacenza al massimo del proprio prestigio. Momento di grande ripresa economica dell'azienda si ebbe con Giovanni Francesco (1811-1883), figlio di Carlo Antonio. Fu impostata un'industria al passo coi tempi e con i nuovi indirizzi della moda, avendo cura dei rapporti commerciali con inglesi, francesi e belgi. Giovanni Francesco ebbe il grande merito di introdurre per primo in Italia i tessuti a disegno colorato che riscossero un grande successo in un mercato dove dominava la tinta unita. Questa grande intuizione fu premiata da una medaglia d'argento nel 1832 in occasione dell'esposizione di Torino e due di oro, di cui una nel 1844 a Torino ed un'altra nel 1854 a Genova. Venne poi il momento delle acquisizioni che consentì un'ulteriore espansione delle dimensioni aziendali. Il lanificio Germano di Sordevolo fu acquisito nel 1842 e successivamente entrò a far parte della Piacenza il lanificio Vercellone che svolgeva la sua attività a Coloni di Pollone. Grandi furono le innovazioni impiantistiche durante tale periodo. L'installazione di caldaie per la produzione di forza motrice con il vapore in sostituzione della forza idraulica tecnicamente dipendente dalla mutevolezza delle stagioni e dalle relative precipitazioni. Di grande significato, poi, le scelte adottate sul sociale; basti ricordare la progettazione del cosiddetto "fabbricone", realizzato intorno al 1850, destinato ad ospitare al piano terreno le aree produttive ed al primo piano le abitazioni per gli operai, così da consentire un rapido raggiungimento del posto di lavoro. Un'attenta gestione finanziaria e l'introduzione di nuovi sistemi di lavorazione furono premesse alle nuove dimensioni aziendali. Con l'unità di Italia si aprì un ampio mercato e, contemporaneamente, salirono alla ribalta nuove realtà imprenditoriali al di fuori del biellese. Nel 1867 Felice decise di monitorare i mercati esteri alla ricerca di nuove tecnologie e nuovi prodotti. Il Belgio, in particolare, fu luogo, per Felice Piacenza, di approfondite riflessioni, sia di carattere tecnico che di carattere commerciale. Contemporaneamente all'ammodernamento degli impianti, Felice Piacenza dette vigore all'ampliamento dei mercati. Francia, Belgio, Inghilterra, Svizzera, le Americhe, le Indie, i paesi asiatici, furono gli sbocchi commerciali della produzione Piacenza. Nel 1888, però, un incendio di vaste proporzioni produsse gravi danni. Ancora una volta la passione e lo spirito imprenditoriale furono da traino alla rinascita dell'azienda. Nel frattempo la poliedrica attività imprenditoriale di Felice Piacenza portò nuove e diversificate acquisizioni a dare forte spessore al gruppo. Mentre veniva costituita, nel 1900, la Filatura di Tollegno, Felice Piacenza costituì anche, con i Remmert , gli Axerio ed altri soci, la Standard, fabbrica di automobili a Torino. Altre iniziative imprenditoriali furono i cotonifici Subalpino, Rolla e Dora. Altra rilevante iniziativa, espressione di una struttura altamente produttiva, fu la creazione di un lanificio scuola per l'addestramento pratico degli allievi della scuola professionale della tessitura di Biella. Importante poi, sul piano del sociale, la creazione di una "cassa di soccorso", un vero fondo di previdenza per le maestranze in caso di malattia, inabilità al lavoro e gravi problemi familiari. Anche nei momenti di turbolenza sindacale, lo spirito imprenditoriale di Felice Piacenza ebbe grande rispondenza sul piano delle relazioni con le maestranze. Riuscì a riunire gli imprenditori della prima lega industriale in Italia e partecipò alla costituzione dell'Associazione Laniera Italiana. Una nuova ed improvvisa crisi colpì, però, negli anni 30 l'azienda, che fu costretta ad una temporanea chiusura. Un nuovo periodo di fervida attività si affacciava, però, nella storia dell'azienda. Enzo, figlio di Felice, riorganizzò sul piano tecnico ed amministrativo l'attività di famiglia, avvalendosi anche di specialistiche conoscenze di consulenti internazionali. Il periodo bellico impose alla Piacenza di concentrarsi sull'abbigliamento militare. Fu una scelta obbligata ma di grande effetto sullo sviluppo dell'attività produttiva, con un fatturato che si portò su valori mai raggiunti prima. La successiva crisi post-bellica, in concomitanza con la crisi americana, portarono l'azienda alla chiusura dello stabilimento di Torino. Ancora una volta la creatività imprenditoriale, ed in questo caso di Enzo Piacenza, riuscì a dare una svolta all'azienda con la scelta di concentrare la produzione su un nuovo articolo, il tessuto per l'alta moda. E' la svolta che porta la Piacenza nel mondo dell'alta sartoria e che consente di raggiungere notorietà e successo in campo internazionale, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Nonostante la seconda guerra mondiale, l'azienda riuscì ad imporre il proprio stile imprenditoriale sui vari mercati. Dal matrimonio di Enzo Piacenza con Giuseppina Rolla Rosazza, nacquero sei figli, dei quali i primi due Giovanni (classe 1926) e Riccardo (classe 1927) entrarono giovanissimi nell'azienda assumendone i ruoli di guida. Era l'inizio del periodo che costruiva le basi dell'azienda di oggi.

Vallone, C. (2011). L'evoluzione del capitalismo familiare al mutare del sistema legislativo e finanziario italiano, dall'Italia preunitaria ad oggi. In XI Convegno Nazionale della Società Italiana di Storia della Ragioneria "Finalismo e ruolo delle aziende nel processo di costruzione dello Stato unitario - Modelli aziendali e sistemi di produzione in Italia dal XIX al XX secolo", RIREA, 2011. Roma : RIREA.

L'evoluzione del capitalismo familiare al mutare del sistema legislativo e finanziario italiano, dall'Italia preunitaria ad oggi

VALLONE, CINZIA
2011

Abstract

Con tale lavoro si intende descrivere l’evoluzione del capitalismo familiare e la sua persistenza, indagando i condizionamenti economici, i mutamenti culturali, le trasformazioni storiche nazionali che hanno influenzato le strutture produttive, con uno sguardo all’economia europea, mediante alcuni casi di aziende familiari ultracentenarie di successo. Il 23 marzo 1861 Cavour costituì il nuovo governo, tra sentimenti contrastanti, esultanza ed euforia, unitamente a preoccupazione e incertezza per le differenze culturali, per l’intensa frammentazione territoriale, per la stagnazione delle attività produttive e per le pressioni politiche [Meriggi, 1989; Romeo, 1987; Cafagna, 1989]. I problemi economici erano sostanzialmente quelli di un Paese povero e debole e segnato dalla diseguaglianza tra il Nord e il Sud. Il prodotto nazionale lordo pro capite italiano era nel 1860 sensibilmente più basso (97) rispetto ai paesi di prima industrializzazione come il Regno Unito che registrava un PIL di 180 e il Belgio di 158. Al primo censimento l’Italia risultò un paese prevalentemente agricolo: 8.292.248 persone erano occupate nell’industria agricola 58.551 nell’industria mineraria. L’industria manifattrice veniva esercitata da 3.225.057 individui e il commercio da 698.754, ecc. [Maestri, 1868; Galeotti 1866]. Si trattava di economia di sussistenza, con un bassissimo utilizzo di capitale, tant’è che l’alimentazione della grande maggioranza della popolazione era carente di proteine, grassi e zuccheri. Nessuna città, tranne Milano, Firenze, Genova, Torino, e Napoli conosceva l’ambiente borghese e operaio tipico dell’Europa occidentale, né un paesaggio urbano che preannunciasse l’epoca industriale. Tali condizioni dell’Italia appena unita non avevano impedito, nella prima metà del secolo XIX, la specializzazione di alcune produzioni oggetto di buona esportazione (agrumi, vino, olio, formaggi, mandorle), in specifiche parti del Paese. Inoltre le aziende risicole piemontesi potevano considerarsi come vere e proprie aziende agrarie capitalistiche, con largo impiego di bestiame, attrezzi e manodopera salariata.[Romeo, 1959]. Le condizioni del comparto manifatturiero erano assai arretrate, poiché la tradizione dell’artigianato italiano possedeva un elemento di conservatorismo tecnologico che ne faceva un ostacolo all’avvento delle innovazioni richieste dallo sviluppo industriale [Pescosolido 1994]. Prevaleva, infatti, un modello di produzione basato sulla cosiddetta “protoindustria”, un’attività svolta a domicilio, nelle campagne, da una manodopera contadina organizzata da mercanti imprenditori che fornivano alle forza lavoro le materie prime, per poi ritirare il prodotto finito da collocare sul mercato. Tra le diverse produzioni italiane si ricorda l’importanza dell’industria della seta, con una produzione che era circa il doppio di quella francese, diffusa in Piemonte, in Lombardia, e nel Veneto, e che presentava forme evolute di organizzazione e di sistemi produttivi nella fase della torcitura. Mentre l’industria del cotone presentava già le caratteristiche della moderna fabbrica con centinaia di operai, nelle province di Milano e di Varese e nel Novarese, Verbanese. Ne sono un esempio l’azienda Crespi, la Piacenza, la Boselli, ecc. In sintesi, era innegabile il contributo della protoindustria per gli scambi commerciali con l’estero, per lo sviluppo di una più moderna rete commerciale e finanziaria e per l’accumulazione di capitali. Ogni forma di investimento era vissuta ancora con una forte riluttanza a causa degli alti rischi, fino a quando una manovra finanziaria di Bastogi nel 1861 attirò una gran parte di denaro liquido, e capitali stranieri. Si era previsto un prestito di 500 milioni di lire, ricorrendo al mercato di Londra e di Parigi, con un interesse sicuro del 7%. Durante il processo di industrializzazione, le dinastie imprenditoriali hanno rappresentato uno dei caratteri dominanti su cui si è basato l’evoluzione del mondo degli affari italiano [Pavan 1973, Banfield 1958]. La seconda rivoluzione industriale rendeva evidente la dicotomia tra settori capital intensive e settori leggeri e più tradizionali. In questi ultimi, la dimensione ottimale dell’impresa continuava a riflettere l’organizzazione tipica di un’azienda di famiglia, con organizzazioni a scarso livello di burocratizzazione, con limitate risorse manageriali che la famiglia poteva fornire. Il tasso di diffusione delle imprese familiari si manteneva relativamente elevato in settori quale il tessile, la meccanica specializzata, la costruzione di macchine utensili, nel settore calzaturiero e in alcuni comparti dell’industria alimentare. In casi come l’edilizia, un settore in cui il processo produttivo era caratterizzato da forte discontinuità, variabilità e flessibilità, le strutture burocratiche venivano sostituite da altre forme organizzative tra cui il subcontracting, le reti e le partnership tra imprese familiari. La morfologia del sistema finanziario esercitava un’influenza rilevante sul tasso di espansione e sulla persistenza del modello dell’impresa familiare, poiché fortemente condizionato da fattori quali la reputazione individuale e soprattutto familiare. Infatti, l’intervento della banca locale, per sostenere l’attività produttiva, avveniva sulla base di attenta valutazione dell’idea imprenditoriale, ma soprattutto del potenziale produttivo del richiedente e della sua famiglia, nonché delle garanzie fornite dall’intera famiglia. E’ naturale che tale sistema favoriva la diffusione del modello familiare che riduceva i costi di monitoraggio e controllo e i costi di transazione. Le imprese familiari crescevano puntando sul reinvestimento dei profitti, provvedendo alle necessità correnti tramite l’indebitamento a breve termine. La capacità di autofinanziamento beneficiava dell’elevato grado di protezione del mercato interno, combinato all’intenso ritmo espansivo della domanda, in particolare durante il ventennio precedente la prima guerra mondiale e quello seguente la seconda [Colli, 2006]. Tali favorevoli condizioni contribuivano ad attenuare l’influenza esterna sulla governance delle grandi imprese. Le famiglie proprietarie continuavano a mantenere il controllo delle posizioni manageriali di vertice con l’ausilio delle banche, le quali intervenivano al manifestarsi di situazioni di crisi. Gli assetti di comando delle grandi imprese italiane nella fase di avvio del processo di industrializzazione prevedevano una solida presenza delle famiglie fondatrici affiancate da un forte portatore di interessi, la banca mista, mediante lo strumento dei fiduciari, funzionari esperti cui era delegato il controllo di fatto su strategie e comportamenti, anche contabili. Non solo il sistema finanziario sosteneva la formazione del capitalismo familiare, ma anche il quadro istituzionale influenzava il grado di persistenza, con una legislazione che favoriva i diritti di successione e i meccanismi di trasmissione ereditaria. Ne sono un esempio la disciplina sulle società per azioni che consentì alle imprese di risolvere il problema della trasmissione ereditaria senza intaccare l’unitarietà dell’azienda, in alternativa al principio di eguaglianza tra gli eredi e alla frazionabilità dell’asse ereditario introdotte dal Codice napoleonico. Inoltre il sistema italiano era caratterizzato da un basso grado di protezione degli azionisti di minoranza, per i quali si presupponeva sufficiente la garanzia fornita dal commitment dei blockholders, ossia le famiglie proprietarie. Un’ulteriore spiegazione sulla persistenza dell’azienda familiare riguarda la specializzazione manifatturiera e la combinazione tra le ristrette dimensioni del mercato interno e il suo limitato dinamismo che si tradusse in una dimensione media dell’impresa, con strutture organizzative semplici e facilmente controllabili da ristretti gruppi di vertici, coincidenti con le famiglie proprietarie. Ciò dimostrava che in Italia era ancora lontano il passaggio dal capitalismo proprietario al capitalismo manageriale, come avvenne nei Paesi anglosassoni, in cui le condizioni istituzionali e i mercati di capitale lo permisero. In Italia il percorso d’industrializzazione fu caratterizzato da atteggiamenti di protezionismo legando le imprese alle stabili dimensioni del mercato nazionale, limitandone le capacità di competere sui mercati esterni. Infine i caratteri strutturali della specializzazione manifatturiera contribuirono a spiegare la persistenza di assetti di vertice a matrice familiare, per le dimensioni ridotte che non richiesero il ricorso massiccio a fonti esterne, con la possibilità di mettere in discussione la centralizzazione del controllo dell’impresa [Colli, 2001]. Dopo tale analisi non può mancare l’elemento culturale. Le caratteristiche del capitalismo industriale italiano affonda le proprie radici in un passato agricolo che ha influenzato i comportamenti e le attitudini. Ne sono un esempio la prudenza e la scarsa propensione al rischio, oltre che il fondamentale coinvolgimento della famiglia nell’impresa. Vi sono poi studi che individuano le caratteristiche distintive della borghesia industriale, raffigurati dal diffuso paternalismo nei confronti dei dipendenti, straordinaria capacità di lavoro, un’etica incontestabile, e un’attenzione verso il singolo, e verso le sue personali necessità, riproducendo le relazioni familiari [Baglioni, 1974]. Successivamente, le scuole di management e sulla professione di dirigente in Italia confermano la difficoltosa diffusione della delega delle responsabilità a professionisti stipendiati. Infatti, l’assenza di una vera e propria delega manageriale pareva connessa con il pervasivo familismo che caratterizzava e caratterizza la business culture nazionale. Tanto da influenzare gli studi di economia aziendale, che originano da una prospettiva rivolta a riconoscere nella famiglia l’unità di produzione e di consumo per eccellenza, costituendo il primo esempio di azienda [Masini, 1970]. A partire dai primi anni Ottanta, all’interno dell’imprenditorialità minore dei distretti industriali sono risultati fenomeni di ristrutturazione, gerarchizzazione e integrazione. Mentre imprese dimensionalmente più importanti rispetto alla media del periodo hanno iniziato ad emergere, seppur ancora legate all’ambito locale per il reperimento di lavoro specializzato e capacità progettuali, e tuttavia capaci di muoversi nello scenario internazionale adeguando la propria struttura organizzativa. Le cause di tale fenomeno si possono individuare nel processo di globalizzazione degli anni Novanta che ha rafforzato il processo di internazionalizzazione delle imprese; la crescita dimensionale dell’impresa che sorge dall’ampliamento dell’attività. Derivando un capitalismo italiano caratterizzato da grandi e piccolissime imprese. Con imprese che si sono posizionale ai primi posti nel ranking nazionale, lasciati vacanti dalla disgregazione della grande impresa pubblica e dei grandi gruppi privati che avevano dominato la scena del capitalismo italiano del novecento. Il concetto di impresa familiare ha oggi perso in parte quella connotazione negativa che l’associava all’idea di arretratezza e di scarso dinamismo in termini tecnologici e organizzativi. Infatti, negli ultimi trenta anni, gli studi sul family business hanno evidenziato l’innegabile rilevanza del capitalismo familiare nella storia imprenditoriale italiana, e del suo contributo allo sviluppo dell’economia del Paese, grazie alla sua flessibilità all’adattarsi rapidamente ai mutamenti del contesto competitivo, strettamente legato a sistemi produttivi e a comunità imprenditoriali locali e al contempo proiettato verso una dimensione internazionale. Ne sono un esempio le aziende ultracentenarie di famiglia: Piacenza, Boselli e Crespi, che rappresentano il successo della continuità generazionale, che hanno visto l’Italia unirsi ed evolvere, e che hanno contribuito allo sviluppo economico e occupazionale del paese. La Piacenza ad esempio risale ai primi del 1700, produttrice di manifattura tessile; già nel 1783 l'azienda si avvaleva della collaborazione di un centinaio di persone; proprio in quell' anno subì gravi conseguenze dalla carestia riuscendo, però, a riprendersi grazie alla decisione strategica di spostare gli interessi economici su Torino, dove costruirono una società di commercio di stoffe insieme a Giuseppe Ferrerò di Moncalieri. Il totale blocco economico che si ebbe nel periodo napoleonico colpì in maniera solo marginale la Piacenza. La lungimiranza di Giovanni Battista e Carlo Antonio Piacenza portò alla scelta di innovazioni tecnologiche straniere, soprattutto belghe, definendo accordi con altri produttori; scelte, queste, particolarmente adeguate alle esigenze del mercato. Mentre l'azienda assisteva al suo rilancio, altri membri della famiglia assumevano importanti incarichi pubblici, come Giovanni Battista che divenne presidente della Corte di Appello di Torino e partecipò alla stesura dello Statuto Albertino; Giuseppe Battista che divenne primo architetto civile del Re e membro dell'Accademia di Torino. Proprio questo intrecciarsi della vita pubblica con la vita industriale portò la famiglia Piacenza al massimo del proprio prestigio. Momento di grande ripresa economica dell'azienda si ebbe con Giovanni Francesco (1811-1883), figlio di Carlo Antonio. Fu impostata un'industria al passo coi tempi e con i nuovi indirizzi della moda, avendo cura dei rapporti commerciali con inglesi, francesi e belgi. Giovanni Francesco ebbe il grande merito di introdurre per primo in Italia i tessuti a disegno colorato che riscossero un grande successo in un mercato dove dominava la tinta unita. Questa grande intuizione fu premiata da una medaglia d'argento nel 1832 in occasione dell'esposizione di Torino e due di oro, di cui una nel 1844 a Torino ed un'altra nel 1854 a Genova. Venne poi il momento delle acquisizioni che consentì un'ulteriore espansione delle dimensioni aziendali. Il lanificio Germano di Sordevolo fu acquisito nel 1842 e successivamente entrò a far parte della Piacenza il lanificio Vercellone che svolgeva la sua attività a Coloni di Pollone. Grandi furono le innovazioni impiantistiche durante tale periodo. L'installazione di caldaie per la produzione di forza motrice con il vapore in sostituzione della forza idraulica tecnicamente dipendente dalla mutevolezza delle stagioni e dalle relative precipitazioni. Di grande significato, poi, le scelte adottate sul sociale; basti ricordare la progettazione del cosiddetto "fabbricone", realizzato intorno al 1850, destinato ad ospitare al piano terreno le aree produttive ed al primo piano le abitazioni per gli operai, così da consentire un rapido raggiungimento del posto di lavoro. Un'attenta gestione finanziaria e l'introduzione di nuovi sistemi di lavorazione furono premesse alle nuove dimensioni aziendali. Con l'unità di Italia si aprì un ampio mercato e, contemporaneamente, salirono alla ribalta nuove realtà imprenditoriali al di fuori del biellese. Nel 1867 Felice decise di monitorare i mercati esteri alla ricerca di nuove tecnologie e nuovi prodotti. Il Belgio, in particolare, fu luogo, per Felice Piacenza, di approfondite riflessioni, sia di carattere tecnico che di carattere commerciale. Contemporaneamente all'ammodernamento degli impianti, Felice Piacenza dette vigore all'ampliamento dei mercati. Francia, Belgio, Inghilterra, Svizzera, le Americhe, le Indie, i paesi asiatici, furono gli sbocchi commerciali della produzione Piacenza. Nel 1888, però, un incendio di vaste proporzioni produsse gravi danni. Ancora una volta la passione e lo spirito imprenditoriale furono da traino alla rinascita dell'azienda. Nel frattempo la poliedrica attività imprenditoriale di Felice Piacenza portò nuove e diversificate acquisizioni a dare forte spessore al gruppo. Mentre veniva costituita, nel 1900, la Filatura di Tollegno, Felice Piacenza costituì anche, con i Remmert , gli Axerio ed altri soci, la Standard, fabbrica di automobili a Torino. Altre iniziative imprenditoriali furono i cotonifici Subalpino, Rolla e Dora. Altra rilevante iniziativa, espressione di una struttura altamente produttiva, fu la creazione di un lanificio scuola per l'addestramento pratico degli allievi della scuola professionale della tessitura di Biella. Importante poi, sul piano del sociale, la creazione di una "cassa di soccorso", un vero fondo di previdenza per le maestranze in caso di malattia, inabilità al lavoro e gravi problemi familiari. Anche nei momenti di turbolenza sindacale, lo spirito imprenditoriale di Felice Piacenza ebbe grande rispondenza sul piano delle relazioni con le maestranze. Riuscì a riunire gli imprenditori della prima lega industriale in Italia e partecipò alla costituzione dell'Associazione Laniera Italiana. Una nuova ed improvvisa crisi colpì, però, negli anni 30 l'azienda, che fu costretta ad una temporanea chiusura. Un nuovo periodo di fervida attività si affacciava, però, nella storia dell'azienda. Enzo, figlio di Felice, riorganizzò sul piano tecnico ed amministrativo l'attività di famiglia, avvalendosi anche di specialistiche conoscenze di consulenti internazionali. Il periodo bellico impose alla Piacenza di concentrarsi sull'abbigliamento militare. Fu una scelta obbligata ma di grande effetto sullo sviluppo dell'attività produttiva, con un fatturato che si portò su valori mai raggiunti prima. La successiva crisi post-bellica, in concomitanza con la crisi americana, portarono l'azienda alla chiusura dello stabilimento di Torino. Ancora una volta la creatività imprenditoriale, ed in questo caso di Enzo Piacenza, riuscì a dare una svolta all'azienda con la scelta di concentrare la produzione su un nuovo articolo, il tessuto per l'alta moda. E' la svolta che porta la Piacenza nel mondo dell'alta sartoria e che consente di raggiungere notorietà e successo in campo internazionale, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Nonostante la seconda guerra mondiale, l'azienda riuscì ad imporre il proprio stile imprenditoriale sui vari mercati. Dal matrimonio di Enzo Piacenza con Giuseppina Rolla Rosazza, nacquero sei figli, dei quali i primi due Giovanni (classe 1926) e Riccardo (classe 1927) entrarono giovanissimi nell'azienda assumendone i ruoli di guida. Era l'inizio del periodo che costruiva le basi dell'azienda di oggi.
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Capitalismo familiare
Italian
XI Convegno Nazionale della Società Italiana di Storia della Ragioneria "Finalismo e ruolo delle aziende nel processo di costruzione dello Stato unitario - Modelli aziendali e sistemi di produzione in Italia dal XIX al XX secolo"
2011
XI Convegno Nazionale della Società Italiana di Storia della Ragioneria "Finalismo e ruolo delle aziende nel processo di costruzione dello Stato unitario - Modelli aziendali e sistemi di produzione in Italia dal XIX al XX secolo", RIREA, 2011
978-88-6659-000-2
2011
none
Vallone, C. (2011). L'evoluzione del capitalismo familiare al mutare del sistema legislativo e finanziario italiano, dall'Italia preunitaria ad oggi. In XI Convegno Nazionale della Società Italiana di Storia della Ragioneria "Finalismo e ruolo delle aziende nel processo di costruzione dello Stato unitario - Modelli aziendali e sistemi di produzione in Italia dal XIX al XX secolo", RIREA, 2011. Roma : RIREA.
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