L’ordinamento fiscale italiano è incline ad adottare fondamentalmente due tecniche per scoraggiare od ostacolare l’utilizzo incongruo dello strumento societario, adoperato non in modo dinamico, per svolgere un’effettiva attività commerciale, con la sapiente combinazione di vari fattori produttivi e il connesso rischio d’impresa, ma in modo statico, per schermare solamente, dal punto di vista giuridico, la titolarità di alcuni beni, attribuiti formalmente in proprietà all’ente collettivo, ma che vengono singolarmente e “nel loro stato naturale” messi a disposizione dei soci o di terzi, che ne fruiscono a titolo oneroso o gratuito: in alcuni casi, viene fatto obbligo alla società di dichiarare un reddito minimo, proporzionato al valore dei beni facenti parte del suo patrimonio; in altri, il reddito (effettivamente) prodotto dalla società è imputato per trasparenza ai soci, con il superamento del velo societario. Al primo modello si ispira la disciplina apprestata dall’art. 30 della l. n. 724/1994, riguardante le c.d. società di comodo “interne”; al secondo è invece informata la normativa volta a contrastare l’uso di società di puro godimento (denominate comunemente CFC) costituite all’estero, segnatamente in stati a bassa fiscalità (artt. 167 e 168 del d.p.r. n. 917/1986). Si tratta, in entrambi i casi, di meccanismi fiscali accomunati dalla stessa finalità punitiva o dissuasiva e da taluni tratti disciplinari comuni, seppur, nel complesso, assai differenti.

Gaffuri, A. (2015). Società di comodo e CFC - Modelli a confronto e proposte di modifica legislativa. NEOTERA, VIII(1), 18-24.

Società di comodo e CFC - Modelli a confronto e proposte di modifica legislativa

GAFFURI, ALBERTO MARIA
Primo
2015

Abstract

L’ordinamento fiscale italiano è incline ad adottare fondamentalmente due tecniche per scoraggiare od ostacolare l’utilizzo incongruo dello strumento societario, adoperato non in modo dinamico, per svolgere un’effettiva attività commerciale, con la sapiente combinazione di vari fattori produttivi e il connesso rischio d’impresa, ma in modo statico, per schermare solamente, dal punto di vista giuridico, la titolarità di alcuni beni, attribuiti formalmente in proprietà all’ente collettivo, ma che vengono singolarmente e “nel loro stato naturale” messi a disposizione dei soci o di terzi, che ne fruiscono a titolo oneroso o gratuito: in alcuni casi, viene fatto obbligo alla società di dichiarare un reddito minimo, proporzionato al valore dei beni facenti parte del suo patrimonio; in altri, il reddito (effettivamente) prodotto dalla società è imputato per trasparenza ai soci, con il superamento del velo societario. Al primo modello si ispira la disciplina apprestata dall’art. 30 della l. n. 724/1994, riguardante le c.d. società di comodo “interne”; al secondo è invece informata la normativa volta a contrastare l’uso di società di puro godimento (denominate comunemente CFC) costituite all’estero, segnatamente in stati a bassa fiscalità (artt. 167 e 168 del d.p.r. n. 917/1986). Si tratta, in entrambi i casi, di meccanismi fiscali accomunati dalla stessa finalità punitiva o dissuasiva e da taluni tratti disciplinari comuni, seppur, nel complesso, assai differenti.
Articolo in rivista - Review Essay
Società di comodo, società controllate estere, elusione fiscale, reddito d'impresa
Italian
18
24
7
Gaffuri, A. (2015). Società di comodo e CFC - Modelli a confronto e proposte di modifica legislativa. NEOTERA, VIII(1), 18-24.
Gaffuri, A
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